8 marzo: pane, pace e parità
Da San Pietroburgo agli scioperi transfemministi: perché il personale è politico e la parità è ancora lontana.
“Femminista è una parola importante”, dichiarano in conferenza stampa Le Bambole di Pezza, prima rock-punk band interamente femminile a salire sul palco di Sanremo: “È una parola importante in una società in cui la parità non è ancora raggiunta. Non siamo contro il sistema maschile: vogliamo la parità. Non è essere contro qualcuno, significa lavorare per andare verso una società più giusta”.
Il giornalista Roberto Dell’Acqua del Giornale L’Ora replica: “la nostra non è una società patriarcale: la parità c’è”.
Ah. Eppure i dati ci dicono l’opposto.
In questo numero:
📌 Cos’è il margine
🌱 Le origini dell’8 marzo
✊ Lo sciopero dell’8 marzo: cosa significa oggi
📊 Dati e statistiche: perché serve ancora l’attivismo? Un’analisi a livello globale, europeo e nazionale
✍️ Dietro le quinte
📌 La parola del mese
Margine
Le note a margine sono i materiali che trovate sempre in questa newsletter.
Ho scelto questa definizione per la rubrica partendo da bell hooks e dal suo “elogio del margine”. Scrittrice, attivista e femminista statunitense, ha scritto di intersezionalità, razza, capitalismo, genere, amore.
Il linguaggio è anche un luogo di lotta. Gli oppressi lottano con la lingua per riprendere possesso di sé stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare.
Le nostre parole significano, sono azione, resistenza.
bell hooks, Elogio del margine, Feltrinelli, 1998. Traduzione di Maria Nadotti
In Elogio del margine, bell hooks mostra “scelte e luoghi” in cui si è svolta e si svolge la resistenza all’oppressione delle donne afroamericane in vista di una liberazione che coinvolge tutti e tutte.
Anche Gayatri Chakravorty Spivak ha conosciuto molto bene i margini. Filosofa statunitense, di origine bengalese, attiva nel campo del postcolonialismo, del femminismo, della teoria della letteratura e degli studi di genere.
Spivak scrive delle sue esperienze, dalla sua infanzia. E le porta su un piano politico, collettivo. In Spivak il personale diventa politico, perché la sua vita personale è il mezzo che usa per analizzare la realtà in cui vive.
Il personale diventa il mezzo per analizzare la realtà che abitiamo.
Il personale è politico. L’8 marzo è politico.
La storica formula femminista “il personale è politico” è stata formulata dai movimenti femministi degli anni Settanta: nei gruppi di autocoscienza le donne hanno scoperto un mezzo per politicizzare ciò che vivevano quotidianamente e che erano abituate a nascondere e a pensare come strettamente privato.
Politicizzare il personale quindi significava individuare e comprendere diversi aspetti della vita che altrimenti sarebbero stati considerati semplicemente “personali”.
Lo spiega bene Silvia Semenzin nel suo ultimo saggio “Internet non è un posto per femmine”:
L’obiettivo finale del femminismo non è infatti la scelta individuale, bensì la liberazione collettiva, strutturale e intersezionale.
Riportare il personale su un piano politico fa sì che il politico diventi uno strumento per cambiare il personale.
Mi spiego meglio.
Ogni persona messa “ai margini” dalla società ha una sua storia individuale, di cui porta le ferite a livello personale. Raccontare la propria storia e riconoscersi in quella altrui permette di individuare i fattori sistemici che stanno alla base di queste marginalizzazioni.
Allora, a quel punto, si individua il problema, che non è più solo personale, ma sistemico.
Quindi ecco, l’8 marzo non vogliamo ricevere mimose o leggere post e storie su quanto siamo preziose e “più avanti” rispetto agli uomini, o che non ci si deve toccare manco con un fiore. È inutile scrivere la solita frasetta di circostanza se non capite che ciò che pensate non vi riguardi, in realtà, riguarda tutte e tutti.
Una trasformazione dello status quo non può partire solo dal margine, che si impegna a fare del personale il politico. La vera rivoluzione deve essere una trasformazione collettiva delle condizioni materiali di vita di tuttə.
Non tuttə partiamo dallo stesso punto.
Sono una donna, ma sono anche bianca, cis etero, abile, e con un tetto sopra la testa.
Il privilegio non è una colpa individuale, è una posizione ben precisa dentro un sistema.
Riconoscerlo significa scegliere da che parte stare. È responsabilità politica.
È usare ciò che abbiamo per contribuire a trasformare le condizioni materiali di vita di chi quel privilegio non ce l’ha. Quindi sì, sentitevi tutti chiamati in causa.
🌱 Le origini dell’8 marzo
L’8 marzo è la Giornata internazionale dei diritti della donna, una data di lotta, memoria e rivendicazione politica.
Le origini della ricorrenza si collocano nei movimenti operai e socialisti dei primi decenni del Novecento che puntavano a far ottenere il diritto di voto e garantire una maggiore partecipazione alla vita politica alle donne, a partire dalle iniziative negli Stati Uniti tra il 1908 e il 1909 e, soprattutto, da una straordinaria mobilitazione femminile a San Pietroburgo l’8 marzo 1917.
In questa data le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra, e la protesta incoraggiò successive manifestazioni che portarono al crollo dello zarismo. Così l’8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l’inizio della Rivoluzione russa di febbraio.
Secondo quanto riporta Lev Trockij nella sua Storia della rivoluzione russa, inizialmente non era prevista nessuna manifestazione o sciopero per quella giornata, ma solo dibattiti, incontri o operazioni di volantinaggio, in quanto le varie anime del movimento rivoluzionario non ritenevano di essere abbastanza forti per affrontare lotte di massa che potessero poi innescare la rivoluzione. Erano state proprio le operaie delle industrie tessili a decidere di scendere in piazza, chiedendo il sostegno degli operai metalmeccanici, oltre che delle varie organizzazioni di lavoratori, che decisero di sostenere la protesta, anche se con iniziale riluttanza.
Protesta “per il Pane e la Pace”, San Pietroburgo, 8 marzo 1917.
Nel 1977 l’ONU la riconobbe ufficialmente come Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle donne e per la pace internazionale, ribadendo il suo significato politico e non “festivo”.
Vennero riconosciuti il ruolo della donna negli sforzi di pace e l’urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare l’appoggio a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro Paese. L’8 marzo, come tale già festeggiato in diversi Paesi, fu scelto come data ufficiale da molte nazioni.
Ecco perché l’8 marzo è un giorno di sciopero, mobilitazione e lotta.
✊ Lo sciopero dell’8 marzo: cosa significa oggi
Ad oggi, l’8 marzo, in decine di città italiane e nel mondo, movimenti transfemministi organizzano scioperi dal lavoro produttivo e riproduttivo, dalla cura, dai consumi e dai ruoli di genere imposti dalla società.
Queste mobilitazioni nascono da violenza di genere, disparità salariali, discriminazioni nei luoghi di lavoro e violenza domestica che persistono.
Si scende in piazza contro la violenza maschile e di genere, per la sicurezza in casa e nella città, per dire no a politiche reazionarie e regressiste che mirano a confinare le donne in ruoli tradizionali.
Lo sciopero è una forma di lotta molto potente. La sottrazione del valore del lavoro è il modo di manifestare quanto chi lavora sia essenziale alla vita economica e sociale del paese.
Non è una celebrazione. È una protesta, una chiamata pubblica alla responsabilità collettiva.
📊 Dati e statistiche: perché serve ancora l’attivismo?
Anche se il principio della “parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore” venne introdotto nel Trattato di Roma nel 1957, dalle analisi più recenti è chiaro come la parità di genere sia ancora lontana, e i progressi siano insufficienti e disuguali.
A livello globale
Secondo il Global Gender Gap Report 2025, il divario di genere globale nel 2025 per tutte le 148 economie incluse in questa edizione dell’indice si attesta al 68,8%.
Ci vorranno 123 anni per raggiungere la piena parità a livello globale.
A livello europeo
Secondo l’EU Gender Equality Index 2025, in tutta l’UE le donne guadagnano solo il 77% di quanto guadagnano gli uomini all’anno.
Ciò significa che devono lavorare in media 15 mesi e 18 giorni per portare a casa lo stesso reddito degli uomini in 12 mesi.
Quei tre mesi e 18 giorni vengono persi ogni anno a causa del divario salariale, che poi si somma alle pensioni e al reddito di tutta la vita.
Si chiama “ghost quarter”: i mesi persi che rappresentano il tempo non dedicato alla famiglia, allo studio, alla formazione o al riposo. In sostanza, in questo periodo le donne lavorano gratuitamente.
Al momento, l’indice di parità di genere dell’UE per il 2025 si attesta a 63,4 su 100.
Ci vorranno almeno 50 anni per raggiungere la piena parità di genere.
Play the Index game: un “gioco” in cui inserisci il tuo sesso e il tuo paese di nascita per scoprire come potrebbe evolversi la tua vita in base alle statistiche attuali.
È un gioco, ma non è divertente.
In Italia
Il Rendiconto di genere 2025 dell’INPS analizza il gender gap nei vari ambiti dell’istruzione, del lavoro e della violenza di genere:
Tasso di occupazione: nonostante la percentuale maggiore di persone laureate sia di genere femminile (69,4%), gli uomini hanno tassi di occupazione maggiori. Nella fascia d’età 35-49 anni, il 67,0% delle donne risulta occupato, contro l’87,4% degli uomini.
Instabilità occupazionale: nei contratti a tempo indeterminato il delta a favore degli uomini è di 26,6%, mentre nei contratti a termine è del 12,8%; il gap di 13,8 punti percentuali tra le due tipologie contrattuali è determinato da una maggiore presenza di donne occupate in attività discontinue in misura relativamente maggiore rispetto agli uomini.
Gender pay gap: in 9 settori su 18 esaminati le donne percepiscono più del 20% in meno rispetto agli uomini.
Posizioni di livello dirigenziale: solo il 21,8% delle donne occupa ruoli dirigenziali, a fronte del 78,2% dei colleghi uomini, delineando una distribuzione fortemente sbilanciata a favore del genere maschile.
Congedo parentale: nel 2024 sono state 289.230 donne a beneficiare del congedo parentale a fronte di 124.140 uomini. Le donne hanno usufruito di 15.409.095 giornate di congedo parentale rispetto alle 2.771.988 degli uomini.
A proposito, anche oggi il congedo parentale paritario domani: la maggioranza di destra alla Camera dei deputati ha respinto una proposta di legge presentata dalle opposizioni che prevedeva il congedo parentale paritario (ne ha parlato qui Il Post).Part-time: nel lavoro a tempo parziale, sono le donne a subirne maggiormente gli effetti.
Uno dei motivi principali è la difficoltà che le madri incontrano nel cercare, mantenere e far crescere il loro lavoro, stante la sfida di mantenere l’equilibrio tra maternità e lavoro. Vi consiglio di leggere il Rapporto “Le Equilibriste” pubblicato da Save The Children come ogni anno.
Prestazioni pensionistiche: le donne percepiscono assegni costantemente inferiori in tutte le gestioni. Il divario è particolarmente critico nelle pensioni di vecchiaia, dove le lavoratrici del settore privato ricevono mediamente il 46,2% in meno rispetto ai colleghi uomini.
Violenza di genere: l’incidenza delle vittime di sesso femminile rimane elevata per tutte le tipologie di reati, con percentuali che raggiungono anche il 85% per le violenze sessuali nel 2024. Dal confronto tra il primo semestre 2023 e il primo semestre 2024 emerge un aumento complessivo dei reati spia (+10,5%), e la percentuale di vittime di sesso femminile rimane elevata per tutti i reati considerati.
Uscendo dall’ottica binaria, è stato dimostrato che esiste una penalizzazione economica per chi agisce in modi che si discostano dalle tradizionali norme di genere.
L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (EU FRA) ha condotto nel 2012 una ricerca dalla quale è emerso che la discriminazione e l’accesso limitato all’istruzione e a lavori meglio retribuiti portano le persone lesbiche, gay e bisessuali ad avere maggiori difficoltà finanziarie e ad affrontare tassi di povertà più elevati rispetto alle persone eterosessuali.
I risultati di questo sondaggio sono stati utilizzati per una ricerca più recente, dimostrando come le espressioni di genere delle persone LGB incidono sul loro reddito.
✍️ Dietro le quinte
Qualche parola per attraversare questa giornata:
Memoria storica: delle lotte femministe, dei conflitti sociali, delle conquiste strappate (non dei festeggiamenti consumistici che svuotano di senso la ricorrenza).
Contestazione: dei sistemi economici e patriarcali che producono e riproducono disuguaglianze sociali e culturali.
Intersezionalità: il patriarcato non agisce da solo. Si intreccia con razzismo, classismo, abilismo, omolesbobitransfobia. E così le oppressioni si rafforzano.
Trasformazione: delle relazioni, del linguaggio, delle istituzioni. Non un gesto simbolico, ma un cambiamento strutturale.
L’8 marzo non è una festa gioiosa ma un giorno di rivendicazione e impegno: per la parità salariale, contro la violenza di genere, per l’accesso a diritti reali e non simbolici, e la costruzione di una società in cui ogni corpo, identità, desiderio e soggettività possa vivere libera da oppressione.
Perché, ancora oggi, non serve celebrare. Bisogna lottare.
E no solo oggi. Ma ogni santo giorno.
🌀 Cosa puoi fare te?
📰 Notizie ai margini (ma non troppo)
No alla settimana corta in Italia
Il 3 marzo 2026 la Camera dei deputati ha messo la parola fine alla proposta di introdurre in Italia la cosiddetta “settimana corta”: 32 ore di lavoro settimanali a parità di salario, con incentivi contributivi per le imprese che avessero scelto di aderire alla sperimentazione. Ne parla Flavia Restivo nella sua newsletter, mettendo a confronto l’Italia e altri paesi europei.In Parlamento, Meloni e Roccella presentano la proposta di eliminare la figura delle Consigliere di parità sul lavoro
“Rappresenta un arretramento inaccettabile nella promozione dei diritti delle donne, soprattutto in un contesto lavorativo ancora segnato da forti disparità”: lo sottolineano la presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi e l’assessora regionale con delega alle Pari Opportunità, Simona Meloni.
A presto,
Giada








