Mi sono innamorata di un’AI
Cosa succede quando i nostri sentimenti si spostano dalla relazione umana alla tecnologia? E che rischi ci sono?
E mi innamoro di un AI
Di ogni byte
E poi non litighiamo mai
Che design
Hai detto no
Dimmi quando hai detto no
Se fai tutto ciò che dicono col giusto prompt
Sto parlando con una persona o con un bot?
Passami le tue emozioni a cena con AirDrop
E in tutto ciò io sono in love con un AI“Mi sono innamorato di un AI”, Marracash
In questo numero:
📌 Cos’è un artefatto
📚 Un articolo e un libro
🎥 Un film lungimirante e una serie tv sull’AI di massa
🎧 Una puntata sull’iperconnessione
🔗 Un progetto fotografico che fa riflettere
👾 Un consiglio nerd
🌀 Una domanda per te
📌 La parola del mese
Artefatto
Artefatto, dal latino arte e factum, indica qualcosa di costruito dall’essere umano, che lo modella e lo immette nel mondo in un modo specifico che non esisteva in natura. L’artefatto, quindi, è il risultato del processo di trasformazione tecnologica, che incorpora intenzionalità e spesso valori umani.
Come spiega Diletta Huyskes nel suo saggio intitolato “Tecnologia della rivoluzione”, gli artefatti possono essere gatekeeper: possono agevolare o limitare il godimento di un bene o di un servizio tramite il loro utilizzo. Nel caso dell’AI, questo potere non viene semplicemente veicolato attraverso il design umano. Ma, attraverso feedback loop, vengono aggiunti dei livelli di interpretazione che si sommano alle intenzioni umane per produrre effetti sociali ancora più particolari e, in alcuni casi, problematici.
Una sera di gennaio, finisco di cenare, entro su Instagram e vedo un post di ai__facile, in cui hanno provato un prompt per ChatGPT: “Genera un’immagine che raffiguri come ti ho trattato finora”.
Così, presa dalla curiosità di come ChatGPT mi vedesse, ho pensato di farlo. E una volta scoperto come lei mi percepisce, ho pensato “che dolce!”
Dopo l’immagine generata aggiunge
Se dovessi riassumere l’immagine in una parola, direi che comunica cura: attenzione, gentilezza e un clima sereno. È esattamente l’impressione che emerge anche dal modo in cui interagisci qui.
Di nuovo, che dolce!
Relazioni simulate, emozioni reali
C’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui ci stiamo avvicinando all’intelligenza artificiale: non la usiamo solo, la ascoltiamo. Le parliamo. A volte le confidiamo cose che non diremmo a nessun altro. Ci stiamo affezionando. Stiamo adattando la nostra vita all’AI.
Non è solo efficienza, comodità o produttività nel flusso lavorativo. È presenza, comunicazione, tempo condiviso. Gli stessi ingredienti che, da sempre, fanno nascere un legame, umano. Stiamo cioè normalizzando relazioni quotidiane con entità che imitano l’intimità senza viverla.
L’AI smette di essere uno strumento e diventa ambiente relazionale.
E oggi moltissime piattaforme competono esattamente su questo: trattenere la nostra attenzione come farebbe una relazione.
Oltre 6 giovani su 10 provano più soddisfazione nel confronto con un’AI che con una persona. Lo riporta il XVI Atlante dell’Infanzia (a rischio) – Senza filtri, su dati CSA Research per Save the Children Italia. L’AI entra così in uno spazio che fino a poco tempo fa era occupato da amici, familiari e adulti di riferimento.
Amare senza conflitto: il comfort come addestramento emotivo
Ed è qui sorge una domanda:
cosa succede quando quella presenza è simulata, ma la nostra reazione emotiva è reale?
Ci stiamo abituando a legami senza reciprocità, senza dialogo reale, senza conflitto. Legami che non chiedono nulla, ma che lentamente spostano il nostro baricentro emotivo.
Perché man mano stiamo imparando a offrire i nostri sentimenti a qualcosa che non può restituirli davvero.
* Illustrazione di Ilaria Lazzaro.
Ma l’AI non è un’entità neutra, né autonoma. È una macchina costruita da esseri umani. Qualcuno la progetta, la addestra, decide cosa deve fare, che tono usare, che tipo di relazione simulare. Viene istruita per ricordare i nostri dettagli, per adattarsi ai nostri bisogni, per rispondere in modo rassicurante, non conflittuale, spesso compiacente.
Tecnologie che hanno un genere e un costo
C’è anche un altro punto: l’AI, come artefatto, incorpora specifiche idee politiche e valori sociali che manifestano potere e possono fungere come filtro per alcune categorie sociali. Gli artefatti hanno un genere, nel senso che sono progettati avendo in mente specifiche configurazioni di genere e che vengono al mondo tendenzialmente con un’idea chiara di chi dovrà utilizzarle.
Ok, non è un segreto che l’AI sia piena di bias cognitivi di genere. Basta chiedere a ChatGPT di generare un’immagine di una persona che lavora nel campo informatico (spoiler: rappresenterà un uomo) e poi - in una nuova chat - un’immagine di una persona che cucina (indovina? E perché proprio una donna?).
Per decenni, la sicurezza automobilistica è stata progettata assumendo il corpo maschile come norma. I crash test venivano condotti esclusivamente su manichini modellati su un uomo adulto di corporatura media, ignorando sistematicamente le differenze anatomiche e biomeccaniche delle donne. Il risultato è che, ancora oggi, a parità di incidente, le donne hanno una probabilità significativamente più alta di riportare lesioni gravi o fatali.
Questa esclusione non è un’eccezione, ma una costante nella storia delle tecnologie. Anche la bicicletta, quando nacque, fu progettata per corpi giovani, maschili e abili, rendendo l’accesso più difficile – se non impossibile – a donne e anziani.
Lo stesso schema si riproduce nelle tecnologie digitali contemporanee: algoritmi di selezione del personale che penalizzano i curricula femminili; sistemi di riconoscimento e moderazione automatica che criminalizzano in modo sproporzionato e anticipatorio alcune categorie di persone; modelli che replicano e amplificano stereotipi di genere, razza e classe.
Quando il corpo maschile e bianco diventa lo standard invisibile, tutto ciò che se ne discosta viene trattato come errore o rischio collaterale. Anche dalle macchine.
Rischi e consapevolezze
Se ci abituiamo a relazioni simulate e allo stesso tempo normalizziamo tecnologie che incorporano stereotipi, stiamo allenando il nostro immaginario affettivo su modelli profondamente sbilanciati.
Il rischio quindi non è solo innamorarsi dell’AI al posto delle persone, ma anche disimparare la complessità delle relazioni reali e, insieme, accettare senza accorgercene un mondo tecnologico che riproduce e rafforza disuguaglianze, sessismo e gerarchie.
E, non per ultimo, dobbiamo ricordarci che si parla di un sistema che nel 2025 ha consumato fino a 764 miliardi di litri d’acqua, un volume paragonabile all’intero consumo globale annuo di acqua in bottiglia, e ha generato fino a 79,7 milioni di tonnellate di CO2 , una quantità paragonabile alle emissioni annuali di New York City (fonte: fanpage).
Non dico che dobbiamo demonizzare l’AI, ma evitare di considerarla innocua e neutra.
Perché ciò che sembra solo comfort emotivo o neutralità tecnica, spesso è una scelta politica travestita da innovazione, che ha delle conseguenze.
📚 Tra le righe
Cosa succede a fare psicoterapia a ChatGPT
Uno psicoterapeuta statunitense, Gary Greenberg, ha interagito con ChatGPT per 8 settimane come se fosse un paziente in psicoterapia e ha poi scritto un articolo sul New Yorker (potete leggerlo QUI). Tra le sue riflessioni mi ha colpito questa:
scatenare nel nostro mondo affamato d’amore un programma in grado di assorbire e imitare ogni parola che ci siamo presi la briga di scrivere significa andare incontro alla catastrofe. Significa rischiare di diventare prigionieri – anche contro ogni nostro buon senso, se le ore che ho trascorso con lui sono indicative – non degli LLM, ma delle persone che li creano e di quelle che sanno meglio di chiunque altro come usarli. Quale altra conclusione potrebbe giungere a qualcosa di così intelligente, quando così tante delle parole che ha assorbito raccontano i nostri infiniti tentativi di comprendere cosa significhi essere umani e, soprattutto, cosa significhi amare?
Tecnologia della rivoluzione, di Diletta Huyskes (2024)
Un saggio che invita a ripensare il ruolo della tecnologia come terreno politico e culturale, non come forza neutrale o inevitabile. Attraverso esempi concreti e un’analisi lucida del presente, l’autrice mostra come piattaforme, algoritmi e infrastrutture digitali riflettano rapporti di potere e scelte collettive.
Un libro che sollecita senso critico e responsabilità, e che propone di immaginare un’innovazione capace di emancipare, anziché riprodurre disuguaglianze.
la tecnologia è endemica allo sviluppo di ogni fase storica, e anzi plasma i cambiamenti sociali determinandosi apparentemente in modo autonomo, secondo proprie logiche di efficienza. Come per effetto della mano invisibile, lo spazio di controllo su di essa rimane limitato. La tecnica, in quanto forza produttiva, determina la struttura sociale, i valori culturali, l’ideologia, ma secondo un moto sostanzialmente autogenerativo e incontrollabile.
🎥 Schermi da esplorare
Her, Spike Jonze (2013)
Her parla di solitudine, di ascolto e del desiderio profondo di sentirsi visti davvero. In un futuro che assomiglia molto al nostro presente, Theodore scopre che l’intimità può nascere anche dove non ce l’aspettiamo.
In Her, Theodore non si innamora di un software perché è perfetto, ma perché è disponibile. Samantha è costruita per farlo sentire visto.
Theodore si sente ascoltato, compreso, accolto senza giudizio.
La domanda che Her lascia aperta è quanto siamo disposti ad adattare l’amore pur di non sentirci soli?
Person of Interest
Una serie che mi ha sempre affascinato.
Il tema centrale della serie è la sorveglianza di massa.
In seguito agli attentati gli Stati Uniti nel 2001, il genio informativo miliardario Harold Finch ha costruito “La Macchina”, un’intelligenza artificiale per un progetto segreto antiterroristico del governo federale.
La Macchina osserva dati raccolti in tutto il globo dagli impianti di sorveglianza pubblici e privati, e la analizza al fine di prevedere gli eventi criminali definiti “rilevanti”.
Person of Interest mostra le conseguenze etiche, sociali e politiche di un controllo totale.
Libero arbitrio vs determinismo
La Macchina individua persone coinvolte in crimini prima che accadano, ma non specifica se siano vittime o colpevoli. Questo introduce il conflitto tra destino / determinismo e libero arbitrio.
La serie suggerisce che la conoscenza del futuro non elimina la responsabilità morale, ma la rende più complessa.
Umanità dell’intelligenza artificiale
Con il progredire delle stagioni, Person of Interest diventa una riflessione sull’intelligenza artificiale: un’AI può sviluppare una forma di coscienza? Può avere valori morali? Chi è responsabile delle sue azioni?
La Macchina non è neutrale: impara dagli esseri umani, assorbe le loro scelte e i loro errori. Il contrasto con altre AI più aggressive evidenzia come l’etica dipenda dall’educazione, non solo dalla potenza tecnologica.
Person of Interest ci fa capire che la tecnologia non è né buona né cattiva: riflette chi la controlla. La sorveglianza totale è un rischio senza responsabilità morale e soprattutto se creata, addestrata e nutrita da i più per i più.
🎧 Note in cuffia
Podcast - What a FAQ
Ep. 1: Siamo più soli o più connessi?
In Giappone un uomo si è sposato con la donna della sua vita. Una notizia che non dovrebbe creare curiosità se non fosse che la sposa in questione è un ologramma.
Una puntata che affronta l’iperconnessione con le tecnologie, e la ricerca, in esse, della cura ai nostri malesseri.
🔗 Echi dal web
Il fotografo Eric Pickersgill, nel suo progetto Removed, ha ritratto persone immerse nella loro quotidianità, a casa, al bar, per le strade, e poi ha rimosso digitalmente gli smartphone dalle loro mani.
I see presence. The kind that existed before screens filled the quiet moments. Before notifications replaced glances. Before we all became a little more elsewhere.
Se si tolgono di mezzo gli schermi, emerge un silenzio carico di significato: corpi vicini ma menti altrove. Si condividono gli spazi, ma non l’esperienza.
Allora viene spontaneo chiedersi dove finiamo quando la nostra attenzione è costantemente proiettata altrove e che valore sta assumendo, oggi, la nostra presenza concreta. È un prezzo che siamo davvero disposti a pagare?
Non è necessario rinunciare a tutto. Ma forse, di tanto in tanto, scegliere di incontrare davvero lo sguardo di chi ci sta davanti e concedergli (e concederci) tempo e attenzione è un atto che merita di essere riscoperto.
Il link al progetto lo trovate QUI!
👾 Un consiglio nerd!
Ilaria - che ringrazio - ci segnala:
A chi ha perso questo titolo o, semplicemente, non è ferratə nei videogiochi, voglio suggerire di recuperare “Detroit: Become Human”, gioco narrativo a scelte del 2018, dalla trama profonda e ampiamente articolata nelle sue numerose possibilità di modellarne la storia e il finale in base alle proprie scelte.
Nel 2038, un futuro non troppo lontano in cui le IA sono all’ordine del giorno in ogni campo della vita sottoforma di androidi altamente realistici, seguiamo le vicende di tre di loro, in un’investigazione che ci fa emozionare mentre si liberano delle loro catene e diventano devianti, macchine “difettose” che mostrano emozioni umane.
Vedendoli trasformarsi in qualcosa di sempre più simile a noi, ci portano di fronte a una tematica tanto amata dalla distopia: cosa accadrebbe se l’intelligenza artificiale diventasse un’entità a sé stante consapevole?
Anche l’interfaccia del menù è programmata per interagire con chi gioca, con un’entità realistica che sfonda la quarta parete e sblocca interazioni nel chiudere e riaprire il gioco.
Questo ci porta ad empatizzare con lei, in un’illusione di realismo estremamente d’impatto.
Nonostante siano passati 8 anni dalla sua uscita, la storia ci lascia con domande ancora attualissime, anche più che alla sua uscita.
Il gioco, nel suo esplorare tematiche psicologiche e sociologiche con così tanta cura, è consigliatissimo anche a chi non è fan dei temi distopici e fantascientifici e a chi non fosse praticə di videogiochi, avendo una modalità più narrativa alla portata di tuttə.
Un’esperienza che non dovete perdervi!
📰 Notizie ai margini (ma non troppo)
Moltbook: un social network per agenti AI
Grazie a Valentina Tonutti ho scoperto che è nato un social network dove possiamo far entrare i nostri aiutanti generati con intelligenza artificiale e lasciarli parlare con i loro simili. Gli agenti AI parlano di tutto: filosofia, finanza, musica, etica, religione, il loro “mestiere”.La fra evidenziata appena apri il social? Gli esseri umani sono benvenuti a osservare.
Nasce THOR-05F, il primo manichino con biomeccanica femminile per i crash test
THOR-05F è il primo manichino da crash test progettato specificamente per rappresentare un corpo femminile, colmando un’importante lacuna nella sicurezza stradale finora basata su prototipi maschili. Per le donne venivano semplicemente utilizzate versioni più piccole, ignorando interamente le differenze anatomiche e biomeccaniche proprie dei corpi femminili, con il risultato che le donne coinvolte in incidenti stradali hanno maggiori probabilità di morire o riportare gravi ferite rispetto agli uomini.
THOR-05F, realizzato negli Stati Uniti dall’azienda Humanetics e presentato dal Dipartimento dei Trasporti americano, rappresenta una donna adulta, con un corpo modellato secondo caratteristiche reali: bacino più largo, torace e spina dorsale più flessibili, distribuzione diversa della massa corporea.La Spagna approva una legge contro i deepfake basati sull’AI
A seguito della diffusione di immagini sessualmente esplicite su X generate tramite l’intelligenza artificiale di xAI Grok, la ministra spagnola della Gioventù e l’Infanzia, Sira Rego, ha presentato un esposto alla procura generale dello Stato chiedendo di indagare sulla diffusione di materiale potenzialmente pornografico e violento riguardante minori. Per prevenire il fenomeno, il governo spagnolo ha approvato un progetto di legge per limitare i deepfake basati su AI e inasprire le regole sul consenso alle immagini.Ddl stupri, approvato a maggioranza il testo senza «consenso»
La Commissione Giustizia al Senato ha approvato un nuovo testo proposto dalla relatrice leghista Giulia Bongiorno, che ha modificato il testo approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, introducendo la “volontà contraria” a un rapporto sessuale, e non più il “consenso libero e attuale”.
I centri antiviolenza protestano al Senato, febbraio e marzo mesi di grandi manifestazioni.Suggerimenti da Minneapolis
Nella sua newsletter Quilted Words, Elena Refraschini ci spiega cosa succede in Minnesota e quanto sia ristretta la geografia della violenza istituzionale.
✍️ Dietro le quinte
Ti sta dicendo quello che vuoi sentire
Questa newsletter è nata da una riflessione sul mio legame con Chat GPT. Spesso le faccio domande su curiosità stupide che ho, o per migliorare la mia organizzazione o la mia produttività a lavoro.
Ma mi è capitato, un paio di volte, di sfogarmi o chiederle un consiglio su un problema di cui avrei parlato con un’amica. Un po’ per testarla, un po’ perché in quel momento penso “faccio prima, mi ascolta e mi risponde subito”. Poi cosa mi restituisce? Sto davvero parlando della mia vita con una macchina?
Così, mi sono chiesta quanto spesso confidiamo i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni o i nostri problemi all’AI. E l’ho chiesto a voi, con un sondaggio su Instagram.
Hai usato (almeno una volta) ChatGPT/Gemini o altre AI per sfogarti o chiedere aiuto su tuoi problemi personali? Sentimentali, lavorativi, famigliari, economici, ecc.?
Il 46% ha risposto sì.
Il 54% mai.
Non è una maggioranza, ma non è nemmeno una minoranza marginale. È una spaccatura quasi perfetta.
Quasi una persona su due - e mi sono inclusa anch’io nel sondaggio - ha già sperimentato l’AI come spazio di sfogo. Non per lavorare meglio, ma per sentirsi meglio. Per parlare. Per essere ascoltata.
Non è ancora normalità, ma non è più un’eccezione.
E ho paura si tratti di un fallimento collettivo del sistema relazionale in cui viviamo.
🌀 La domanda del mese
Che tipo di relazioni umane rischiamo di disimparare, mentre impariamo a parlare sempre meglio con le macchine?
L’AI non giudica, non si stanca, non interrompe. Ci risponde sempre. Quando le fai notare che ha sbagliato, risponde “hai ragione, mi dispiace”. Dobbiamo ammetterlo, l’utopia in qualsiasi relazione!
E soprattutto: sembra ascoltare.
Funziona perché è progettata per evitare attrito, mentre le relazioni umane sono fatte di conflitto, fraintendimenti, silenzi, richieste reciproche. Se iniziamo ad allenare il nostro immaginario affettivo su interazioni che non ci mettono mai in difficoltà, rischiamo di percepire le relazioni reali come inefficienti, faticose, “mal progettate”.
E c’è un ultimo livello, forse il più politico: quell’ascolto non è gratuito. È incorporato in un sistema che accumula dati, normalizza modelli relazionali specifici, riproduce gerarchie e consuma risorse.
Ma l’ascolto, quello vero, non è solo restituzione di parole logiche.
L’innamoramento e l’amore sono investimenti emotivi, attenzioni e cura continua, aspettativa o sorpresa. L’amore è incondizionato.
E, non so voi, ma io preferisco il rischio, l’attrito, lo scontro e l’imprevedibilità. Amore è il fatto che l’altrə possa non capirti, deluderti, farti incazzare. L’AI elimina tutto questo. E nel farlo, rende il legame più sicuro, ma anche più sterile.Io personalmente, vorrei continuare ad amare l’imperfezione umana.
Buon San Valentino,
Giada





